LA PIAZZA, LA STRADA, LE QUINTE
di Francesca Fatta
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TAVOLE
Franz Hogemberg, Veduta
prospettica di Palermo, fine XVI secolo.
Antonio Bova, Palermo nel terremoto
del 1 ° settembre 1726, pubblicato da Antonio
Mangiatore. Rilievo dei prospetti della chiesa di Santa
Maria della Catena, di Santa Maria la Nuova, di San Sebastiano
e del palazzo Castrone Santa Ninfa, Palermo.
Pinturicchio, Affresco, 1502/10.
Neri di Bicci, Annunciazione,
1460.
Studio per una scenografia, XVI sec.
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La cittá solenne, all'atto della sua rifondazione,
si costituisce come «teatro urbano», e d'altronde
tutta la cartografia post-rinascimentale mette in forma la
cittá di Palermo come un grande teatro urbano.'
L'immagine aulica dell'architettura, e in certa misura della
sua amplificazione urbanistica (ovvero del rapporto tra il
percorso viario e i monumenti di rappresentanza), é
un fenomeno rilevabile fin dalle aggregazioni piú remote,
nelle quali il sistema teatrale ha un peso sostanziale.2
Anche per questo la prospettiva, in epoca di rifondazione
urbana, coincide con la matrice del teatro stesso; essa díviene
tra 1'altro strumento dell'evoluzione storica ed ideologica
della cittá. Di fatti a questo proposito é interessante
riflettere sull'antico principio greco citato da Michel Foucault
in L'ordine del discorso, secondo il quale 1'aritmetica poteva
ben riguardare le cittá democratiche, poiché
essa ínsegna í rapporti di uguaglianza; ma solo
la geometría (della quale la prospettiva e figlia)
dovrebbe essere insegnata nelle cittá oligarchiche,
poiché essa dimostra le proporzioni della ineguaglianza.5
La scelta della posizione assiale per un edificio di preminente
interesse pubblico, riconduce al valori della simmetria, sinonimo
di unitá che estende alío spazio esterno il
potere esercitato dall'edificio, o piuttosto da ció
che esso rappresenta, sulla cittá e sul singolo cittadino.
Le piazze rappresentate nelle celebri tavolette e nelle numerose
tarsie sparse per tutt'Italia, databili tra il 1470 e il 1540,
sono una testimonianza dell'apporto del mondo della pittura
e delle arti minori ella definizione di una spazialitá
«moderna», carica cioé di significati simbolici.
Poco importa stabilíre se la finalitá immediata
delle tavolette dipinte era quella di proporre un allestimento
scenografico, perché di natura scenica se non scenografica
é lo spirito che anima le composizioni urbane. La simmetria
che regola tale tipo di rappresentazioni é sinonimo
di unitá che tende a raccordare il potere esercitato
dall'edificio, o piuttosto da ció che esso rappresenta,
sull'intera cittá e sul singolo cittadino.
Nasce un confronto tra individuo e monumento, testimonianza
del dialogo tra cittadino e pubblico potere (religioso o civile).5
La carta topografica del Mongitore che riporta il taglio barocco
della vía Maqueda, pone al centro della rappresentazione
il centro della scena (1'ottangolo di piazza Villiena), inoltre
ad abbellimento della carta vi é il drappeggio di un
sipario che si schiude sul Theatro urbano.
In ugual modo i prospetti delle chiese e dei palazzi, nelle
loro proporzioni e simmetrie, rispettano nella loro composizione
quel rapporto a distanza', che esprime un vero e proprio principio
di autoritá. Come giá accennato, nella produzione
pittorica rinascimentale, utilizzando con evidenza geometrica
l'intelaiatura prospettica, si consente al pittore di sfruttare
il sistema di rappresentazione al massimo delle sue possibilitá.
Di qui la tendenza a vedere le figure stesse come elementi
architettonici e a combinare piú sistemi proporzionali
assegnando all'architettura il ruolo di stabile fondale rispetto
al potenziale dinamico delle figure. In ultima analisi, la
strada, intesa come luogo di tutte le scene, accoglie in sé
le molte analogie che intercorrono tra le processioni liturgiche
e le sequenze scenografiche delle rappresentazioni del teatro
medievale, riproponendo lo sviluppo del percorso dei personaggi
secondo un itinerario precostituito.
Riferimenti bibliografici:
Maurizio Fagiolo dall'Arco, La
scenografia dalle sacre rappresentazioni al futurismo,
Sansoni, Firenze 1973;
Francesco Mancini, L'evoluzione
dello spazio scenico, Dedalo, Bari 1975;
Bernard Rudofsky, Strade per la
gente, Latenza, Bari 1981;
Francesca Fatta, Scena urbana e
scena teatrale. Analogie di rappresentazione, Ipsa,
Palermo 1990.
Riferimenti iconografici:
Giuseppe Spatrisano, Architettura
del '500 in Palermo, Palumbo, Palermo 1961;
Giovanni Lojacono, Studi e rilievi
di palazzi palermitani dell'età barocca, Tip.
Renna, Palermo 1962; Rosario La Duca, Cartografia
generale della città di Palermo e antiche carte della
Sicilia, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 1975;
Ludovico Zorzi, Il teatro e la città,
Einaudi 1977;
Cesare de Seta, Leonardo Di Mauro, Palermo,
Laterza, Bari 1981;
Giovanna Massobrio, Paolo Portoghesi, L'immaginario
architettonico, Carena, Bari 1989.
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TAVOLE
Soggetti ridisegnati: Veduta prospettiva
di Palermo, XVII secolo. Orazio Scarabelli, Due schemi
grafici dì apparati stradali, 1589.
Due rappresentazioni del Teatro di Terenzio,
XVI secolo. Rilievo del prospetto dello scalone di Palazzo Bonaria,
Palermo.
Valenciennes, Palcoscenico per la rappresentazione
de «La passione di Cristo», XVII secolo.
V. Palladio, Palazzo Valmarana a Vicenza,
partito centrale.
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NOTE
1 Per quanto riguarda la cartografia di Palermo ve-di: Rosario
La Duca, Cartografia generale della città di Palermo
e antiche carte della Sicilia, Edizioni Scientifiche Italiane,
Napoli 1975.
2 Ne sono un esempio i percorsi processionali dei riti religiosi,
oppure gli spazi pubblici delle esecuzioni, dei mercati, delle
fiere o dei tornei, tutti luoghi urbani, aperti ad ogni tipo
di scena.
3 Michel Foucault, L'ordine del discorso, Einaudi 1976.
4 Le cosiddette tavole di «Città ideali»
più note
sono conservate a Urbino, Berlino e Baltimora. Esse rappresentano
la maniera di intendere la città rinascimentale, e in
particular modo la piazza. Quella di Urbino, attribuita forse
a Piero della Francesca o a Francesco di Giorgio Martini, costituiva
lo sfondo teatrale per la rappresentazione de La Mandragola
di Niccolò Machiavelli.
5 Sulla rifondazione urbana cinquecentesca di Palermo, nell'ambito
di una serie di confronti curo. pei vedi: Marcello Fagiolo,
Maria Luisa Madonna, Il Teatro del Sole, Officina, Palermo 1981.
BIBLIOGRAFIA
Maurizio Fagiolo dell'Arco, La scenografia delle sacre rappresentazioni
al Morremo, Sansoni, Firenze 1975.
Francesco Mancini, L'evoluzione dello spazio scenico, Dedalo,
Bari 1975.
Michel Foucault, L'ordine del discorso, Einaudi 1976.
Ludovico Zorzi, Il teatro e la città, Einaudi 1977. Bernard
Rudofsky, Strade per la gente, Laterza, Bari 1981.
Cesare de Seta, Leonardo Di Mauro, Palermo, La-terza, Bari 1981.
Marcello Fagiolo, María Luisa Madonna, Il Teatro del
Sole, Officina, Palermo 1981.
Giovanna Massobrio, Paolo Portoghesi, L'immaginario architettonico,
Latenza, Bari 1989. Francesca Fatta, Scena urbana e scena teatrale.
Analogie di rappresentazione, Ipsa, Palermo 1990.
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ANTOLOGIA
Giovanna Massobrio, Paolo Portoghesi L'interno
della città: La piazza, la strada, la casa.
Anche il tema della piazza ci riporta alla fiore di Loos con
cui abbiamo iniziato il capitolo sulla città. La voce
forum, equivalente dell'italiano piazza, «Essendo imparentata
con foris — scrive Carlo Battisti — indica-va semplicemente
' luogo esterno', usato nel latino arcaico delle Dodici Tavole
per indicare lo spiazzo quadrato avanti il sepolcro, poi per
designare uno spazio libero avanti la casa e successivamente
anche una piazza quadrata all'interno di un abitato adoperata
per assemblee o per mercati».
Se il mucchio di terra che segna l'avvenuto rito della inumazione
è l'archetipo di ogni architettura — secondo la
interpretazione loosiana — la piazza ha il suo archetipo
romano nello spazio ricavato dinanzi al tumulo dove i superstiti
si raccolgono per onorare la memoria di uno scomparso. Il mistero
della morte — momento cruciale dell'esperienza biologica,
quando la vita diventa «memoria» — consacra
il luogo e lo innalza a simbolo, e se la convessità del
tumulo segna il luogo dell'uomo solo, che si allontana dalla
comunità, la concavità dello spazio antistante
segna il luogo degli altri, che si riuniscono nel ricordo.
La piazza sorge quindi per fare spazio agli uomini raccolti
e celebrare lo stare insieme come un rito; ma men-tre nel Medievo
è di solito uno spazio dato, in cui la funzione del mercato
o del sagrato vengono prima che una veste architettonica racchiuda
e solennizzi lo spazio vissuto, all'inizio del Rinascimento
la piazza diventa il tema centrale di una riforma della città,
di un suo adeguamento al nuovo gusto nato dallo studio dell'antico
e dalla ambizione di superarlo riprendendone il percorso progressivo.
La celebre tavola di Urbino attribuiva al Laurana, a Piero della
Francesca e a Francesco di Giorgio Martini, della riforma urbana»
rappresenta in qualche modo il manifesto. Si tratti o no di
un bozzetto di scenografia per la «Mandragola» di
Machiavelli, essa si presenta come un vero e proprio progetto
di architettura e non è affatto difficile ricostruire
graficamente la parte di città che rappresenta, data
l'esattezza e la quantità dei dettagli. Essa può
essere utilmente confrontata con le altre due tavole di analoghe
dimensioni conservate a Baltimora e Beriino-Dahlem. L'intero
corpus è tenuto insieme, oltre che dalla analogia dell'impostazione
prospettica, dalla forte influenza su di esse di due tradizioni:
quella di Piero della Francesca, filtrata anche attraverso le
tarsie lignee di epoca precedente e quella albertiana giustamente
sottolineata dal Sanpaolesi e prevalentemente riferibile alle
opere fiorentine del maestro, come il palazzo e la cappella
Rucellai, la faccia ta di S. Maria Novella e la Rotonda dell'Annunziata.
La stessa dicromia, recentemente considerata da uno studioso
poco informato, residuo medievale perché analoga a quella
del Battistero fiorentino, è invece altro sintomo della
ispirazione albertiana, per l'uso insisti to fattone dal maestro
nel tempietto di S. Pancrazio e nella facciata di S. Maria Novella.
All'epoca dell'Alberti, del resto, il Battistero fiorentino
era ancora considerato in toto opera dell'antichità.
Le piazze rappresentate nelle tre tavolette e nelle numerose
tarsie sparse per tutta Italia, databili tra il 1470 e il 1740,
sono una testimonianza dell'apporto del mondo della pittura
e delle arti minori alla definizione di una spazialità
«moderna» e «disinteressata», priva
cioè di obiettivi pratici e funzionali definiti, ma carica
di obiettivi simbolici. Poco importa stabilire se la finalità
immediata delle tavolette dipinte era quello di proporre: un
allestimento scenografico, perché di natura scenica se
non scenografica è lo spirito che anima le composizioni
urbane tendenti a inquadrare la
società umanistica in una cornice nuova, degna dei risultati
acquisiti dalle scienze, dalle arti e dalle lettere, ripristinando
la continuità con la tradizione classica.
Da: L'immaginario architetto nella pittura,
Ed. Laterza, Roma 1989. Pag. 11.
Marcello Fagiolo, Maria Luisa Madonna La
strada Colonna
È stato di recente chiarito che la prima operazione urbanistica
venne promossa dal Senato, il 21 luglio 1577. Si tratta di «una
strada la quale «per littus maris ex tra urbem»,
e precisamente dalla Chiesa di S. Maria di Piedigrotta fino
alla Porta dei Greci, consenta di andare a piedi ed «equester».
Pur inquadrata e finanziata come opera di rinsaldo alle Mura
verso il mare, la nuova circonvallazione si rivela ben presto
di grande interesse per il Viceré, il quale tre giorni
dopo storna in suo favore i fondi destinati al Molo e blocca
di conseguenza ogni idea di sviluppo della città nord.
La strada doveva correre da S. Maria di Piedigrotta (uno dei
luoghi di sbarco dei Viceré, in prossimità del
Piano del Castello) fino a Porta dei Greci, permettendo la percorribilità
di un tracciato prima esiguo e sconnesso dal mare. Il suggestivo
itinerario, dal «Teatro» circolare della Cala al
fronte bastionato a mare, doveva poi proseguire, oltre la Porta
dei Greci e il Bastione di Vega, nel Piano di S. Erasmo sul
litorale di sud-est: il 2 agosto, infatti, il Senato «pro
beneficio pubblico et universali ac decoro urbis» riconobbe
la necessità di fabbricare un ponte alla foce del fiume
Oreto, in evidente alternativa al ponte normanno dell'Ammiraglio.
E probabile che, accanto alle motivazioni di carattere militare,
la strada venisse progettata come collegamento funzionale esterno
fra le diverse porte, in vista di una razionalizzazione delle
attività commerciali: organizzazione di carichi e scarichi,
costruzione di una nuova Dogana (l'edifico fu iniziato qualche
mese dopo, il .3 aprile 1578) e di ambienti perla conservazione
delle merci doganali.
Marcantonio dovette però cogliere subito il valore rappresentativo
della strada, un iter processionale con stazioni militari (Castello,
Bastioni), civili (Porte, Caricature), religiose (costellazione
di chiese cinquecentesche). La sua attenzione si concentrò
poi sul tratto prospiciente la fronte bastionata, al quale volle
dare il suo nome (qualcosa di analogo avveniva, contemporaneamente,
a Messina: «si dié principio
in questo tempo alla fabrica del molo del Porto, ristorandosi
il Molo vecchio: ed a riguardo di questo Viceré denominossi
la strada del Porto via Colonna»).
Da: Il Teatro del Sole, Officina Ed., Roma 1981. Pagg. 36/37.
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